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Comunicazione virale ovvero “essere o non essere”.

28 febbraio 2013 | di Diego Ciarloni

Appena ripreso dall’abbuffata elettorale, cerco di mettere in fila un paio di fatti clamorosi (fra cui le stesse elezioni) che in qualche modo mi hanno colpito e che in queste ultimissime settimane hanno evidenziato, semmai ce ne fosse stata la necessità, l’importanza del binomio comunicazione – contenuti in ottica di successo della diffusione del messaggio (e della sua efficacia): in due parole, della sua viralità.
L’impressione, infatti, è che quest’ultima sia destinata ad essere sempre di più una fra i più interessanti termometri dell’efficacia (e/o dell’esistenza) di qualunque tipo di operazione nel settore della comunicazione e nelle organizzazioni che ne fanno uso.

E tutto ciò affascina, contagia e spinge le istituzioni, le aziende, i marchi etc. a voler imitare quei fenomeni che per primi s’impongono all’attenzione di molti e che incoraggiano tantissimi altri a seguire la stessa strada.

Però, se è vero che la rete e il fenomeno del social media marketing possono costituire un canale straordinario per avere “visibilità”, in pochi forse hanno compreso che per “scatenare” la viralità , oltre che dei bravi professionisti occorrono prima di tutto dei contenuti che facciano la differenza e che per fortuna a volte si trovano già dentro le attività.
Questione non da poco se pensiamo che quanto detto può fare la differenza fra essere o non essere, fra esistere per i nostri interlocutori o lavorare nella più totale “invisibilità”, con tutto ciò che ne comporta.

A proposito di quanto detto voglio cogliere l’occasione per riflettere su due fenomeni di cui accennavo in partenza.

Il primo contesto virale di cui voglio parlare è quello dell’ultima campagna Heineken “The Candidate”, perché oltre ad essere una mera operazione di viral di un marchio prestigioso e conosciutissimo, come quello della birra olandese, è a mio avviso molto di più e cioè la dimostrazione di come tutto (proprio tutto) in un contesto aziendale o di brand etc. è e può diventare comunicazione.

Quindi come tale può coinvolgere l’utente stimolando il suo interesse, la sua attenzione, il suo innato desiderio di condividere il “valore” di cosa vede con chi conosce.
Il sentiment che ha suscitato il brand, il grado di coerenza dell’operazione con lo stile del marchio sono tutte conseguenze importantissime da cui però per un attimo vorrei distogliere l’attenzione.
Perché?
Perché credo sia utile sottolineare come la campagna Heineken abbia inequivocabilmente dimostrato che in qualunque azienda, pur senza il grado di appeal del brand in questione o livello di budget, è bene poter immaginare che in ogni singolo reparto si costruisca quotidianamente la propria identità (possibilità di successo) a vantaggio di una crescente curiosità e di una comunicazione-passa parola “virale”….o vitale.

“L’essere o non essere” come diceva Sir William S.; credo che da oggi in poi stia tutto qui.

A mio avviso, infatti, sta proprio in quest’aspetto la genialità dei contenuti dell’operazione che mi hanno davvero colpito e davanti ai quali mi tolgo volentieri (e virtualmente)  il cappello.

Il secondo scenario (virale per eccellenza e molto distante, come dinamiche e finalità, dal primo) è quello del fenomeno politico che nel nostro paese, con poche risorse (se paragonate a quelle dei tradizionali avversari politici) e in tre anni o poco più dalla sua fondazione, è risultato essere il primo partito d’Italia.
La rete di sicuro avrà fatto la sua parte nel coadiuvare le iniziative dei promotori, che comunque partivano già con un grado di visibilità e riconoscibilità non da poco.

Tuttavia aprire un blog o un sito e scrivere sui social network è un’operazione alla portata di chiunque.
Non da tutti invece è la produzione dei contenuti, la modalità con cui sono stati trattati e creati al fine di mettere in moto una vera e propria reazione a catena, favorita proprio dalla previsione della risposta agli stimoli in un contesto ben specifico.
Le stesse reazioni che hanno esteso il consenso a livelli fino a qualche anno fa inimmaginabili e hanno contribuito a creare un effetto calamita che si è auto alimentato sia di sostenitori sia di stampa, quest’ultima divenuta cassa di risonanza indotta e spesso inconsapevole.

Operazione anche questa, che, indipendentemente dai significati, giudizi e valori, non può non trasmettere un messaggio molto chiaro a chiunque: e cioè che (a prescindere dall’inclinazione politica etc.) la comunicazione, basata sui contenuti e favorita dalla rete, può trasformarsi in un virus in grado di contagiare in tempi brevissimi una moltitudine di persone e continuare l’operazione nel tempo amplificando continuamente la propria portata.

In definitiva mi sento di poter affermare dopo questi esempi di capacità di contagio, seppur in modi e con finalità molto diverse, che oggi “essere” significa: comprendere che vi sono enormi opportunità di coinvolgimento per tutti in ognuno delle nostre attività, a patto che si sia disposti a mettersi in gioco prima ancora di pensare ad investire in budget importanti.

Inoltre se non proviamo a far mente locale sui nostri contenuti, prima ancora di immaginare la nostra prossima campagna di marketing non convenzionale o virale, continueremo ad investire per “non essere” e i risultati in questo senso mi sembra parlino chiaro.

Allora, siamo pronti ad “infettare” le persone con il nostro entusiasmo senza porci limiti?

Io direi che non c’è scelta e voi?

 

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