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Essere d’accordo con chi ha deciso del destino di Desmoblog di Ducati (Gluca), è un aspetto su cui mi va di spendere qualche parola, ironia della sorte, proprio nel mio blog! Quello a cui faccio riferimento è un caso, non isolato, che dimostra la fine di un progetto legato alla condivisione di passioni ed informazioni associate al brand della “nazionale delle due ruote”. Mi ci soffermo perché richiama il rapporto investimento/impegno e risultato, su cui spesso mi sono interrogato facendo valutazioni legate alla mia esperienza, che per diverse ragioni non si può paragonare a quella dei cosiddetti “guru” del social media di cui, ci tengo a dirlo, non faccio parte.

E’ doveroso precisare che non ho particolari antipatie verso i ‘corporate blog’ propriamente detti, prova ne è che ne ho adottati ben due.. o quasi!

Tuttavia spesso m’è capitato di riflettere su quanto, queste formidabili modalità di espressione e di relazione, siano davvero in grado di giustificare la loro “insostituibilità” in rapporto agli investimenti di un’azienda , al tipo di obiettivi, ai contenuti e ai risultati in termini di engagement e non solo.

Matteo Failla dice: “Un blog è impegnativo come e più di un figlio: per crescerlo nel migliore dei modi bisogna dedicarcisi con amore e costanza”

Il punto cruciale credo sia chiedersi onestamente, come qualcuno comincia a fare, quale sia il limite superato il quale il corporate blog (problemi di gestione a parte) non ha più motivo di esistere; o se quell’ambito di relazioni, argomentazioni e conversazioni sia di fatto coltivabile e raggiungibile anche attraverso strade alternative, meno “impegnative” e potenzialmente più adatte a raggiungere il coinvolgimento sperato. Sto parlando dei social network, sul cui “oscuro futuro” previsto da molti sarebbe interessantissimo parlare e di cui comunque mi preoccupo poco.

Questo non significa che considero il corporate blog superato per il solo fatto di essere tale . Credo tuttavia che sia arrivato il momento di fare dei distinguo, per cercare di comprendere meglio una trasformazione che a mio avviso sa di evoluzione più che di sconfitta.

Ho provato a pensare quali potrebbero essere le caratteristiche base che possono determinare “l’insufficienza” dei social network a sostenere, ‘in esclusiva’, la relazione dell’azienda con la sua community e quindi a stilare un brevissimo elenco di condizioni per cui, se tutte rispettate, consiglierei di puntare proprio su un corporate blog (magari anche con l’ausilio degli stessi social network):

  • La tipologia di prodotto o servizio presentato, di largo consumo o interesse;

 

  • Il grado di cultura generale sulle offerte (se pensiamo che l’utente generico sappia di cosa si stia parlando, con un livello di conoscenza mediamente approfondito derivante dall’esperienza, diretta o indiretta, su prodotti o servizi oggetto della potenziale conversazione);

 

  • La notorietà e l’appeal del marchio e di ciò che propone (se l’azienda è conosciuta e i suoi prodotti/servizi godono di una buona reputazione, oltre che di una spiccata personalità);

 

  • Il livello di complessità tecnica o di comprensione dei prodotti o servizi (se è possibile che l’utente possa intervenire con suggerimenti/considerazioni potenzialmente di enorme interesse, con la possibilità che questi  possano essere presi in considerazione nelle decisioni aziendali, etc.);

 

  • Distribuzione/diffusione significativa del prodotto o servizio ed ampio raggio d’azione dell’iniziativa.

Dimentico qualcosa?

E’ probabile…

Tuttavia credo sia molto difficile che un’azienda possieda contemporaneamente le caratteristiche appena elencate, in modo da giustificare l’investimento in un corporate blog. Ecco perché mi sento d’accordo con chi afferma che uno zero virgola zero qualcosa di aziende può avere la prerogativa giusta per affrontare la sfida del CB e che per le altre bisognerebbe puntare su scelte diverse, incentrate soprattutto sulla relazione, in modo da spingerle ad andare verso gli utenti e non il contrario..oggi in facebook o in twitter etc., domani chissà!

Se è la relazione a tenere saldo un rapporto, che cosa dovremmo temere ad uscire dal guscio?

Oggi voto per il Facebook della situazione, rispetto al fatto che, come detto, dev’essere l’azienda ad andare a proporsi agli utenti e non viceversa, avendo la pazienza e la costanza di fornire spunti ed argomentazioni (anche off line) prima di aspettarsi di ricevere adesione. Di fatto oggi non c’è posto migliore del social network  per intercettare le persone e metterle in condizione di essere a loro volta protagoniste, grazie alla possibilità di postare in modo diretto ed immediato, oltre ad un mero commento, anche contenuti multimediali autoprodotti.

Anche perché personalmente ritengo che la piattaforma social sia un luogo in cui utenti, aziende, etc. si trovano su un terreno comune, alla pari, che favorisce la relazione e lo scambio, a differenza del CB in cui comunque ci si rapporta con uno squilibrio di partenza di chi è invitato a dire la sua a casa di altri! E questo potrebbe inibire o indurre un po’ di timore reverenziale in una parte delle persone. Inoltre da non sottovalutare anche quanto  incida, per tutta un’altra fetta di utenti,  la risonanza delle azioni di commento nei confronti del proprio network, che sostanzialmente in un CB verrebbe meno.

Poi, che dire, possono esserci anche altre motivazioni che hanno spinto o stanno muovendo alcune aziende a chiudere il loro diario on line: c’è chi dice che le aziende hanno paura in questo modo di lavorare, oltre che per sé, anche per la concorrenza; chi punta il dito sulla mancanza di tempo nella gestione dei blog; chi pensa che si possano perdere per strada gli obiettivi prefissati, per cui il calo della tensione e dell’attenzione portino a meno contatti, meno commenti, etc.; chi afferma che alla base di tutto ci sia la scarsa capacità di coinvolgere; e chi se la prende con i tagli indiscriminati ai budget di comunicazione.

Personalmente credo che le valutazioni possano essere tutte confermate.

A mio avviso, però, le ragioni della chiusura dei corporate blog importanti o dell’effettiva scarsità di risultato di altri (forse già esauriti da tempo), probabilmente partono dalla mancanza delle condizioni “base” che, al di là della professionalità con cui sono seguiti nella maggioranza dei casi e addirittura anche se visitati con interesse, non favorisce l’interazione o, quel che è peggio, stimola solo scarsissime reazioni più che vere e proprie conversazioni, che spesso trovano invece molta più dinamicità nei social…

I numeri credo parlino chiaramente, basta vedere quanti commenti ci sono ai post dei corporate blog – anche tra i migliori – e quanta interazione c’è invece nelle rispettive pagine in facebook.

D’accordo, son cose diverse, si sa, ma hanno in comune lo stesso obiettivo…generare engagement e dialogo!

Nei corporate blog l’interazione capita che sia vicina allo 0; nei social, per la medesima azienda (a volte per il medesimo argomento), si assiste per contro ad una vivacità di risposta e di partecipazione a dir poco  sorprendente, che è necessario e doveroso monitorare continuamente, per mantenere saldi i reali obiettivi di ogni impresa e allo stesso tempo per continuare ad alimentarne l’interesse e la partecipazione.. non avendo paura però di perderne un po’ il controllo!

Ritengo che questo fenomeno, comunque lo si legga o lo si interpreti, abbia un significato chiaro ed inequivocabile che i professionisti e le aziende, salvo alcune rarissime eccezioni, non possono ignorare.

 

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