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Questo post nasce dopo l’ultima pessima esperienza relativa al tema gare creative, alle quali ho deciso da tempo di non partecipare e che però mi è servita per fare delle riflessioni che voglio condividere con voi.
Prima di addentrarmi nella questione, rispondo alla domanda che vi sarà sorta spontanea.
Cosa ci facevo in un’azienda per una gara creativa dal momento che, come politica, ho scelto di non prendere in considerazione le “competizioni” di questo genere”?
Semplice!
Sta facendo “tendenza” una nuova strategia di approccio da parte delle aziende che vogliono mascherare delle vere e proprie gare “striscianti”, che è quella di una convocazione dell’agenzia di pubblicità o studio grafico nella propria sede, per proporre una collaborazione, senza specificare le modalità con la quale quest’ultima verrà attivata.

Quanto appena detto è capitato ultimamente anche a me, a cui hanno  immediatamente richiesto una serie infinita di elaborati e/o progetti /preventivi con la prospettiva (non promessa) di attivare una solida collaborazione.

Ecco spiegato come anch’io sono finito dove mai mi sarei aspettato di essere!

Ma perché questo atteggiamento “dico non dico” o ” illudo – alludo ma non prometto”,  da parte dei potenziali committenti?

C’ho riflettuto e ho provato a darmi una spiegazione.

Le agenzie di pubblicità e di comunicazione, ignare delle reali intenzioni delle aziende, sono attratte, come sardine nella rete (esca) di una potenziale collaborazione e sono apparentemente messe in una condizione ottimale per poter esprimere le proprie potenzialità, al riparo dall’ansia della competizione, con tutto ciò che questo comporta.
A questo punto l’impresa “furbacchiona” con questo metodo totalmente errato per perseguire con profitto i propri interessi, poiché punta solo alla quantità di proposte, raggiunge chiaramente il proprio “drammatico obiettivo” che è quello di fare una vera e propria indigestione di elaborati, progetti, bozzetti, idee etc.

Poco importa se l’obiettivo sia privo di senso per chi lo commissiona, ma cosa più grave per quanto ci riguarda, e che

  1. non sappiamo che siamo in gara
  2. l’impresa non si impegna ad assumersi l’onere di rimborsare le società non scelte
  3. è possibile che l’azienda possa non scegliere nessuno

Infondo non ci sono leggi che impediscono lo sfruttamento del lavoro creativo, in un libero mercato della comunicazione in cui il far west a confronto somiglia a Mirabilandia!
E poi, diciamocelo, ci sono solo vantaggi nell’evitare le comuni regole di buona condotta di svolgimento di una gara “ortodossa”, che, seppur obsoleta e poco utile per chi ne fa uso, quanto meno definisce abbastanza bene le regole al gioco.
Per cui il consiglio, anche se sembra che voi siate stati gli unici chiamati a collaborare da un’azienda importante (o meno), solo grazie alle vostre referenze e alla straordinarietà del vostro lavoro, è quello di “indagare”, poiché può evitarvi montagne di inutili perdite di tempo e denaro.

A questo punto, voglio fare un passo indietro e cercare di parlare di cosa accade in generale sul tema gare creative, per sapere cosa ne pensate.
Vivo e lavoro, come voi per lo più, nella patria del made in Italy, costituita da piccoli e grandi brand ideati da altrettanti piccoli e grandi imprenditori, designer, architetti etc.
Siamo il paese, della creatività, l’abracadabra che fa da motore alla ricchezza nostrana.
Sembra impossibile quindi che da noi il lavoro creativo possa essere richiesto a “creativi/progettisti” di tutte le età, da parte di aziende che fatturano (più o meno cifre importanti), a costo zero.
E invece siamo cre(a)ti(v)-n-i anche in questo
Mi vengono in mente 3 modi

  1. Gara standard In sostanza il cliente si trova nell’invidiabile posizione di pagare solo ciò che gli piace. Il resto, nella migliore delle ipotesi, è meritevole di un rimborso spese, che mi astengo dall’apostrofare, poiché anche chi perde ha lavorato per settimane (nottate comprese), impiegando molte risorse, umane e materiali, rigorosamente per quasi nulla.
  2. Il crowdsourcing dedicato a scopi di reclutamento delle “idee” o meglio dei prodotti  finiti (a cui anche io, e me ne pento, ho partecipato)! Sono siti web che assieme al cliente fissano delle tariffe spesso discutibili per un progetto-lavoro finito.Il “miglior” video, annuncio – logo, ad esempio, servito chiavi in mano, diritti compresi, prevede una “gratifica” di X € o $.Chi partecipa e non vince, “s’attacca” e delle idee pubblicate difficilmente potrà farne uso!
  3. La chiamata con “apparente” volontà di collaborare.Rappresenta, come spiegato prima, la nuova frontiera per coloro che sono DISPERATAMENTE alla ricerca di un’idea o di un parter, e lo vogliono fare senza investire nulla più che un po’ di tempo e qualche tazzina di caffè.

Naturalmente non sono contro l’idea di chiedere a più professionisti e agenzie di proporre delle idee, ma c’è un dettaglio: le “idee” e le loro applicazioni su dozzine di supporti etc, solitamente, si pagano.
Non ci sogneremmo mai di chiedere a dei dentisti di farci un’otturazione gratis prima di decidere se hanno le carte in regola per diventare il nostro dentista di fiducia.
Ma perché siamo arrivati a tanto, di chi è la responsabilità e quali sono le conseguenze?
Preferisco partire da quest’ultime.
Il nostro mestiere non consiste solamente nel produrre dei manufatti, un catalogo, un logo, seguire la nascita di un sito etc., ma significa soprattutto aiutare un’azienda a comunicare!
Ad esenpio nel caso di una collaborazione sui social media il contatto con il cliente, affinché il progetto abbia un senso, deve essere costantemente coordinato con tutto il resto.
Per far ciò, bisogna conoscere bene per chi si lavora e ci vuole tempo ed impegno H24 per provare a gettare le basi per un buon lavoro.
Ecco che l’idea da sola, OGGI, nel mondo della comunicazione 2.0 soprattutto, a mio avviso non significa nulla se non va messa in relazione con la totalità degli obiettivi di un marchio.
Per dire che quando un brand pensa di aver trovato la strada più veloce ed economica per la comunicazione, ad esempio sfruttando le gare, i contest od altre modalità competitive, ecco che in realtà la prima a perderci è proprio il marchio stesso in tutta la sua importanza e credibilità.

Sarà un caso che le operazioni di marketing migliori  o più raffinate, OGGI, siano state frutto di approcci diversi?
E allora?
Nei soliti paesi normali, ad esempio, in situazioni di questo tipo, viene chiesto a dei professionisti e agenzie selezionate, di sottoporre un portfolio di lavori e un’accurata presentazione dell’agenzia/studio/professionista.
Si chiama RFP, acronimo che sta per “request for proposal”.
È un pacchetto oneroso da preparare ma giusto, “fair”, come in fair play.
Un concetto che forse bisognerebbe introdurre oltre che nei vocabolari anche nei CDA italiani.
E se c’è bisogno di ulteriori info su un’agenzia di pubblicità o studio da scegliere c’è anche Google, i social etc o no?

Ma quali sono le cause che ci hanno portato sempre più alla deriva in questo senso per rispondere all’altra parte di domanda che ho lasciato in sospeso?

Permettetemi di puntare il dito oltre che su gli spietati CDA aziendali anche e soprattutto verso tutti noi.

  • Per tutte quelle volte che decidiamo di “fare una prova” anche con la consapevolezza che sarà fatica sprecata.
  • Per tutte quelle volte che non approfondiamo la questione con il cliente, cercando di sapere esattamente in cosa ci stiamo imbarcando ed in compagnia di chi.
  • Per tutte quelle volte che decidiamo di partecipare a delle gare sapendo che ci richiederà un dispendio di energia tale che, nella migliore delle ipotesi, per recuperare tutto l’investimento speso, ci vorrà almeno un anno di collaborazione.
  • Per tutte quelle volte che partecipiamo ai contest creativi, sapendo che “ambire” non ha lo stesso significato di “lavorare bene”.
  • Per tutte quelle volte che partecipando a gare più o meno striscianti etc, perdiamo e facciamo perdere valore a ciò che realiziamo.

E poi.

Se lavoriamo gratis per realizzare un video per un contest, con che faccia chiediamo il giusto compenso ad un cliente per uno “simile” o addirittura meno complesso?
Un cliente che denaro da investire lo possiede, si può educare nel tentativo di fargli comprendere come usarlo al meglio, solo avendo il coraggio di tirare fuori gli attributi e pronunciare la semplice seguente frase: “Gratis NO”!

Una buona comunicazione, come una ricetta raffinata, mixa gli ingredienti che conosce bene, non li fonde, li cucina pian piano a fuoco lento e li abbina a seconda delle necessità.

Tutto il resto sono zuppe e minestroni che seppur pietanze ottime, nutrienti ed a buon prezzo, sono incapaci di colpire con forza  le sfaccettature della nostra sensibilità, le stesse che a volte neanche immaginiamo di possedere e che spesso fanno la differenza quando assaggiamo qualche cosa di davvero buono…la stessa differenza che ogni brand dovrebbe fare nel proprio ambito operativo.

 

Salmon Steak

 

Ecco perché da quando sono libero professionista mi è capitato solo una volta di partecipare ad un contest e vi assicuro che non succederà più, a meno che capiterà di farlo per una buona causa o comunque per scopi “benefici”.
In compenso i “no” spesi sono stati decisamente molti di più: a beneficio mio, perché non ho perso tempo e dei clienti che li hanno “ricevuti”, anche se è probabile che ci vorrà ancora un po’, affinché quest’ultimi comprendano che un marchio forte ed efficace è tale, perché la squadra, (agenzia, professionista, studio etc), che contribuisce al successo di un qualunque progetto, dovrà assomigliare molto di più ad una bistecca al sangue che non ad una zuppa o ad un minestrone.

Poiché sulla quantità di prodotti non c’è storia…ma è la sostanza che conta…

Che ne pensate?

 

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