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Mi sono sposato un po’ troppo presto!

2 commenti

2 febbraio 2012 | di Diego Ciarloni

Il 2011 è stato un anno rivoluzionario per i film di matrimonio firmati Daniele Donati che, con il suo format Wedding Cinema 7D e le sue produzioni “made in Italy”, ha creato lo scompiglio generale suscitando stupore e desiderio nei fruitori dei suoi lavori.

Produzioni che oggi raggiungono il livello di qualità e professionalità dello standard mondiale.
Ho piacere di spendere due parole per elogiare il suo lavoro perché lo ritengo un serio ed ottimo professionista (alla faccia della segnalazione su Linkedin), più di un semplice partner di lavoro, che nel suo campo propone soluzioni innovative e stimolanti e credo che le sue capacità unite alla mia attività potranno produrre effetti molto interessanti nel panorama delle produzioni video, fornendo al cliente un prodotto difficilmente eguagliabile.
Daniele concentra il suo lavoro più di ogni altra cosa sul fatidico momento del sì; io da parte mia sono al lavoro per pensare di prendere a prestito la tecnica e servirmene per i miei scopi “kontagiosi”, a favore di quei clienti che desiderano una comunicazione che prima ancora di vendere susciti un’emozione… magari la stessa che spinge poi, ognuno di noi, a condividere il contenuto (caratterizzato dal cosiddetto viral DNA) attraverso i social network, blog, etc.
Premetto che oggi la qualità delle immagini (pari alla pellicola 35 mm.), i movimenti di macchina tipici del cinema e la grande capacità tecnica di regia e montaggio, hanno trasformato gli oramai obsoleti “filmini del matrimonio” in vere e proprie produzioni cinematografiche.
Eppure non è una novità assoluta, dato che in buona parte del resto del Mondo (dagli USA all’ Inghilterra e persino in Grecia, Turchia e Pakistan!!!) questa tipologia di film è considerata ‘prodotto normale’ ormai da un paio d’anni… come si spiega?

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Considerando la newsletter, fino ad oggi apprezzata come strumento importante di comunicazione alla propria clientela, ho deciso di scrivere questo post per tre buone ragioni:

  • la 1° è perché, per convinzione personale, la ritengo una tecnica di comunicazione obsoleta;
  • la 2° deriva dall’aver scoperto che questo mio modo di considerarla è stato raccolto da alcuni clienti;
  • la 3° è perché, twittando alcune settimane fa con @davidelico, ho condiviso e trovato fondamento alle mie sensazioni.

In un momento in cui il social media può rappresentare un mezzo insostituibile per una relazione diretta con i propri clienti a vari livelli e tenuto conto, inoltre, che il rapporto con questi strumenti ha subito un’importantissima evoluzione, dando la possibilità agli interlocutori di interagire tra loro sui temi proposti, ritengo che la newsletter, ancora molto usata da aziende, uffici stampa ed agenzie media, di fatto sia una modalità di collegamento azienda-clineti, oltre che superata, per certi versi anche (probabilmente) fastidiosa.

Mi immagino (data anche la mia personale esperienza) la casella di posta elettronica dei nostri interlocutori, che hanno deciso più o meno liberamente di iscriversi alla nostra newsletter, letteralmente invasa dagli avvisi di recapito delle nostre edizioni!

Newsletters destinate a venire prontamente cestinate o, peggio ancora, ignorate.

In quei casi, invece, in cui la newsletter venga letta so per certo che molti avrebbero il desiderio di dire la loro, di commentare, di obiettare o dare consigli sui temi che maggiormente li colpiscono e l’effetto che genera è un senso di inespresso e di non concluso, in cui si sperimenta direttamente come una email spesso non sia sufficiente a consentire lo stabilirsi di uno scambio effettivo di opinioni che l’avviso stesso ha generato!

Ecco perché da un po’ di tempo a questa parte, per la precisione dall’avvento dei nuovi social network (e da quando c’ho capito qualche cosa! ;) ), non prendo più in considerazione per i miei clienti l’ipotesi di puntare sulla “pratica” della newsletter, suggerendo fermamente di trasferire di fatto quei contenuti in maniera più discorsiva e relazionale proprio nei social network.

Il risultato sembra essere incoraggiante!

Ciò che prima veniva espresso sotto forma di monologo, ora si è aperto alla possibilità di ricevere feedback e di generare conversazioni… con il risultato di abbattere barriere e distanze e di rendere l’informazione ancora più incisiva!

Anche se non bisogna mai abbassare la guardia accontentandosi dei risultati raggiunti…

Una cosa è certa però, per quanto mi riguarda – e con i ringraziamenti per il lavoro svolto sino ad ora – la cara e vecchia newsletter (per me) è definitivamente andata in pensione!

Bye bye!

Voi che ne pensate?

 

 

 

Essere d’accordo con chi ha deciso del destino di Desmoblog di Ducati (Gluca), è un aspetto su cui mi va di spendere qualche parola, ironia della sorte, proprio nel mio blog! Quello a cui faccio riferimento è un caso, non isolato, che dimostra la fine di un progetto legato alla condivisione di passioni ed informazioni associate al brand della “nazionale delle due ruote”. Mi ci soffermo perché richiama il rapporto investimento/impegno e risultato, su cui spesso mi sono interrogato facendo valutazioni legate alla mia esperienza, che per diverse ragioni non si può paragonare a quella dei cosiddetti “guru” del social media di cui, ci tengo a dirlo, non faccio parte.

E’ doveroso precisare che non ho particolari antipatie verso i ‘corporate blog’ propriamente detti, prova ne è che ne ho adottati ben due.. o quasi!

Tuttavia spesso m’è capitato di riflettere su quanto, queste formidabili modalità di espressione e di relazione, siano davvero in grado di giustificare la loro “insostituibilità” in rapporto agli investimenti di un’azienda , al tipo di obiettivi, ai contenuti e ai risultati in termini di engagement e non solo.

Matteo Failla dice: “Un blog è impegnativo come e più di un figlio: per crescerlo nel migliore dei modi bisogna dedicarcisi con amore e costanza”

Il punto cruciale credo sia chiedersi onestamente, come qualcuno comincia a fare, quale sia il limite superato il quale il corporate blog (problemi di gestione a parte) non ha più motivo di esistere; o se quell’ambito di relazioni, argomentazioni e conversazioni sia di fatto coltivabile e raggiungibile anche attraverso strade alternative, meno “impegnative” e potenzialmente più adatte a raggiungere il coinvolgimento sperato. Sto parlando dei social network, sul cui “oscuro futuro” previsto da molti sarebbe interessantissimo parlare e di cui comunque mi preoccupo poco.

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