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Post taggati: Social network

Appena ripreso dall’abbuffata elettorale, cerco di mettere in fila un paio di fatti clamorosi (fra cui le stesse elezioni) che in qualche modo mi hanno colpito e che in queste ultimissime settimane hanno evidenziato, semmai ce ne fosse stata la necessità, l’importanza del binomio comunicazione – contenuti in ottica di successo della diffusione del messaggio (e della sua efficacia): in due parole, della sua viralità.
L’impressione, infatti, è che quest’ultima sia destinata ad essere sempre di più una fra i più interessanti termometri dell’efficacia (e/o dell’esistenza) di qualunque tipo di operazione nel settore della comunicazione e nelle organizzazioni che ne fanno uso.

E tutto ciò affascina, contagia e spinge le istituzioni, le aziende, i marchi etc. a voler imitare quei fenomeni che per primi s’impongono all’attenzione di molti e che incoraggiano tantissimi altri a seguire la stessa strada.

Però, se è vero che la rete e il fenomeno del social media marketing possono costituire un canale straordinario per avere “visibilità”, in pochi forse hanno compreso che per “scatenare” la viralità , oltre che dei bravi professionisti occorrono prima di tutto dei contenuti che facciano la differenza e che per fortuna a volte si trovano già dentro le attività.
Questione non da poco se pensiamo che quanto detto può fare la differenza fra essere o non essere, fra esistere per i nostri interlocutori o lavorare nella più totale “invisibilità”, con tutto ciò che ne comporta.

A proposito di quanto detto voglio cogliere l’occasione per riflettere su due fenomeni di cui accennavo in partenza.

Il primo contesto virale di cui voglio parlare è quello dell’ultima campagna Heineken “The Candidate”, perché oltre ad essere una mera operazione di viral di un marchio prestigioso e conosciutissimo, come quello della birra olandese, è a mio avviso molto di più e cioè la dimostrazione di come tutto (proprio tutto) in un contesto aziendale o di brand etc. è e può diventare comunicazione.

Quindi come tale può coinvolgere l’utente stimolando il suo interesse, la sua attenzione, il suo innato desiderio di condividere il “valore” di cosa vede con chi conosce.
Il sentiment che ha suscitato il brand, il grado di coerenza dell’operazione con lo stile del marchio sono tutte conseguenze importantissime da cui però per un attimo vorrei distogliere l’attenzione.
Perché?
Perché credo sia utile sottolineare come la campagna Heineken abbia inequivocabilmente dimostrato che in qualunque azienda, pur senza il grado di appeal del brand in questione o livello di budget, è bene poter immaginare che in ogni singolo reparto si costruisca quotidianamente la propria identità (possibilità di successo) a vantaggio di una crescente curiosità e di una comunicazione-passa parola “virale”….o vitale.

“L’essere o non essere” come diceva Sir William S.; credo che da oggi in poi stia tutto qui.

A mio avviso, infatti, sta proprio in quest’aspetto la genialità dei contenuti dell’operazione che mi hanno davvero colpito e davanti ai quali mi tolgo volentieri (e virtualmente)  il cappello.

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Dal momento che da qualche settimana è possibile registrarsi senza sottostare alla modalità invito e dato che personalmente considero Pinterest uno fra i social network più interessanti al momento,  mi fa piacere parlare un po’ di questa rivoluzionaria “risorsa sociale” non solo adatta a chi produce o commercializza prodotti, ma anche a tutti coloro che vogliono mettere in rete la propria attività mediante immagini e/o usando le cosidette infografiche.

Nato due anni fa circa dall’idea di tre ragazzi (Sharp, Silbermann e Sciarra), deve il suo nome alla fusione di due termini inglesi, pinboard (bacheca) e interest (interesse) da cui si intuisce lo scopo per cui Pinterest, come dice Guido Meda, c’è! ;)
Ma cosa originalissima, che contraddistingue questa piattaforma da tutti gli altri social network di assoluto rilievo, è che le persone con gli stessi interessi possono entrare in contatto non in funzione di un “classico” collegamento sociale (amicizia etc), ma facendo leva anche e soprattutto su temi e questioni di comune interesse.
Se ci mettiamo anche l’estrema semplicità di utilizzo e il fatto che parla davvero per immagini, si può intuire come sia rapido per veicolare le informazioni e come la sua consultazione sia più facile, immediata e di notevole impatto.
Le immagini su Pinterest generalmente sono di altissima qualità, relative a tantissime tematiche moda, musica, cinema, marketing, cucina, arte e molto altro ancora.
Ma in pratica come funziona?

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E’ on line da qualche mese il sito di ArchiMete, operatore turistico che svolge la propria attività in Sardegna in particolare nella zona di Capo Caccia, a cui ho lavorato in fase di progettazione, realizzazione e messa on line.

Le caratteristiche della piattaforma web realizzata in wordpress, rispecchiano quelle che sono state le richieste del cliente.

1 Una home chiara e immediatamente rivolta alle caratteristiche dell’attività, ricca di sezioni tutte ben divise e raggiungibili scrollando la pagina dal menu di I livello, alle divisioni operative, alla sezione offerte, al blog, per finire alla cosidetta social area.

2 Il sito, tranne che per il menu di primo livello a suo modo sostanzialmente definitivo, è stato concepito per garantire la possibilità di  aggiungere e integrare tematiche e contenuti (sia da un punto di vista tecnico che grafico) pressocché all’infinito.

3 La piattaforma è stata studiata per dare l’opportunità al cliente di mettere in relazione più informazioni di supporto al fine di rendere la navigazione dell’utente più utile e ricca di spunti interssanti.

4 E’ stata pensata un’area offerte sia per condensare tutte le informazioni di carattere commerciale, sia per dare l’opportunità al cliente di avere una serie di piattaforme d’atterraggio nel caso si presentasse la necessità di attivare delle azioni di serach engine marketing.

5 E’ stato definito il corporate blog con l’obiettivo di dare più interesse appeal e spinta alle molteplici tipologie di servizi offerti su cui ArchiMete ha intenzione di far valere le proprie competenze.

6 Per quanto riguarda le immagini, nel sito è possibile caricare le foto direttamente nelle proprie gallery e contemporaneamente si può far uso delle gallery dell’account Flickr (visibili direttamente nelle pagine del sito) nel caso in cui la stessa necessiti di potere essere aggiornata con maggior continuità e velocità dal social netork.

7 Per quanto riguarda “la politica 2.0″ il sito consente di condividere quasi la totalità delle info attraverso i social media.

Inoltre fornisce la possibilità di collegarsi direttamente ai rispettivi account mediante la social area  e attraverso i link di rimando sempre presenti nel corso della navigazione.

Una lavoro di grande soddisfazione personale, lo confesso.

Sia perché chiamato in qualità di agenzia di pubblicità di Ancona sono stato capace di realizzare tutta la strategia web per un operatore turistico della Saredegna, sia perché i risultati in questa prima fase mi stanno dando ragione.

archimete.it è stato realizzato in collaborazione con Simone Volpini per la parte di programmazione del cms e con Alessio Tavoletti per quella grafica che ringrazio per la competenza e la professionalità.

 

 

Dopo la messa on line, qualche giorno fa, del nuovo social network Unicavox (Unica Voce)…in fieri, ho provato ad usarlo e ho avuto occasione di sperimentarne alcune funzionalità.

Così mi va di dire un po’ la mia su cos’è e cosa sia possibile “farci”!

Anzitutto va detto che Unicavox è un “mezzo” sociale (vi assicuro che mancava) orientato alla discussione e condivisione di proposte, idee e suggerimenti fra coloro che hanno il desiderio di dire la propria provando a ridisegnare la politica dal basso.

Quindi non importa essere politici navigati, tesserati, simpatizzanti di partito o “semplici” cittadini per esprimere le proprie considerazioni!

Basta iscriversi, proporre e partecipare; ovviamente nel rispetto  delle idee e dei punti di vista di tutti, prima che delle policy del social network.

Unicavox si presenta nel suo primo rilascio con le seguenti funzioni:

 

Le proposte (i ToDo), il confronto (i Commenti e le Discussioni) e gli atti concreti (le Petizioni) che potranno diventare tali solo quando condivisi attraverso la sottoscrizione (le Firme).

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Mi sono sposato un po’ troppo presto!

2 commenti

2 febbraio 2012 | di Diego Ciarloni

Il 2011 è stato un anno rivoluzionario per i film di matrimonio firmati Daniele Donati che, con il suo format Wedding Cinema 7D e le sue produzioni “made in Italy”, ha creato lo scompiglio generale suscitando stupore e desiderio nei fruitori dei suoi lavori.

Produzioni che oggi raggiungono il livello di qualità e professionalità dello standard mondiale.
Ho piacere di spendere due parole per elogiare il suo lavoro perché lo ritengo un serio ed ottimo professionista (alla faccia della segnalazione su Linkedin), più di un semplice partner di lavoro, che nel suo campo propone soluzioni innovative e stimolanti e credo che le sue capacità unite alla mia attività potranno produrre effetti molto interessanti nel panorama delle produzioni video, fornendo al cliente un prodotto difficilmente eguagliabile.
Daniele concentra il suo lavoro più di ogni altra cosa sul fatidico momento del sì; io da parte mia sono al lavoro per pensare di prendere a prestito la tecnica e servirmene per i miei scopi “kontagiosi”, a favore di quei clienti che desiderano una comunicazione che prima ancora di vendere susciti un’emozione… magari la stessa che spinge poi, ognuno di noi, a condividere il contenuto (caratterizzato dal cosiddetto viral DNA) attraverso i social network, blog, etc.
Premetto che oggi la qualità delle immagini (pari alla pellicola 35 mm.), i movimenti di macchina tipici del cinema e la grande capacità tecnica di regia e montaggio, hanno trasformato gli oramai obsoleti “filmini del matrimonio” in vere e proprie produzioni cinematografiche.
Eppure non è una novità assoluta, dato che in buona parte del resto del Mondo (dagli USA all’ Inghilterra e persino in Grecia, Turchia e Pakistan!!!) questa tipologia di film è considerata ‘prodotto normale’ ormai da un paio d’anni… come si spiega?

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Considerando la newsletter, fino ad oggi apprezzata come strumento importante di comunicazione alla propria clientela, ho deciso di scrivere questo post per tre buone ragioni:

  • la 1° è perché, per convinzione personale, la ritengo una tecnica di comunicazione obsoleta;
  • la 2° deriva dall’aver scoperto che questo mio modo di considerarla è stato raccolto da alcuni clienti;
  • la 3° è perché, twittando alcune settimane fa con @davidelico, ho condiviso e trovato fondamento alle mie sensazioni.

In un momento in cui il social media può rappresentare un mezzo insostituibile per una relazione diretta con i propri clienti a vari livelli e tenuto conto, inoltre, che il rapporto con questi strumenti ha subito un’importantissima evoluzione, dando la possibilità agli interlocutori di interagire tra loro sui temi proposti, ritengo che la newsletter, ancora molto usata da aziende, uffici stampa ed agenzie media, di fatto sia una modalità di collegamento azienda-clineti, oltre che superata, per certi versi anche (probabilmente) fastidiosa.

Mi immagino (data anche la mia personale esperienza) la casella di posta elettronica dei nostri interlocutori, che hanno deciso più o meno liberamente di iscriversi alla nostra newsletter, letteralmente invasa dagli avvisi di recapito delle nostre edizioni!

Newsletters destinate a venire prontamente cestinate o, peggio ancora, ignorate.

In quei casi, invece, in cui la newsletter venga letta so per certo che molti avrebbero il desiderio di dire la loro, di commentare, di obiettare o dare consigli sui temi che maggiormente li colpiscono e l’effetto che genera è un senso di inespresso e di non concluso, in cui si sperimenta direttamente come una email spesso non sia sufficiente a consentire lo stabilirsi di uno scambio effettivo di opinioni che l’avviso stesso ha generato!

Ecco perché da un po’ di tempo a questa parte, per la precisione dall’avvento dei nuovi social network (e da quando c’ho capito qualche cosa! ;) ), non prendo più in considerazione per i miei clienti l’ipotesi di puntare sulla “pratica” della newsletter, suggerendo fermamente di trasferire di fatto quei contenuti in maniera più discorsiva e relazionale proprio nei social network.

Il risultato sembra essere incoraggiante!

Ciò che prima veniva espresso sotto forma di monologo, ora si è aperto alla possibilità di ricevere feedback e di generare conversazioni… con il risultato di abbattere barriere e distanze e di rendere l’informazione ancora più incisiva!

Anche se non bisogna mai abbassare la guardia accontentandosi dei risultati raggiunti…

Una cosa è certa però, per quanto mi riguarda – e con i ringraziamenti per il lavoro svolto sino ad ora – la cara e vecchia newsletter (per me) è definitivamente andata in pensione!

Bye bye!

Voi che ne pensate?

 

 

 

Essere d’accordo con chi ha deciso del destino di Desmoblog di Ducati (Gluca), è un aspetto su cui mi va di spendere qualche parola, ironia della sorte, proprio nel mio blog! Quello a cui faccio riferimento è un caso, non isolato, che dimostra la fine di un progetto legato alla condivisione di passioni ed informazioni associate al brand della “nazionale delle due ruote”. Mi ci soffermo perché richiama il rapporto investimento/impegno e risultato, su cui spesso mi sono interrogato facendo valutazioni legate alla mia esperienza, che per diverse ragioni non si può paragonare a quella dei cosiddetti “guru” del social media di cui, ci tengo a dirlo, non faccio parte.

E’ doveroso precisare che non ho particolari antipatie verso i ‘corporate blog’ propriamente detti, prova ne è che ne ho adottati ben due.. o quasi!

Tuttavia spesso m’è capitato di riflettere su quanto, queste formidabili modalità di espressione e di relazione, siano davvero in grado di giustificare la loro “insostituibilità” in rapporto agli investimenti di un’azienda , al tipo di obiettivi, ai contenuti e ai risultati in termini di engagement e non solo.

Matteo Failla dice: “Un blog è impegnativo come e più di un figlio: per crescerlo nel migliore dei modi bisogna dedicarcisi con amore e costanza”

Il punto cruciale credo sia chiedersi onestamente, come qualcuno comincia a fare, quale sia il limite superato il quale il corporate blog (problemi di gestione a parte) non ha più motivo di esistere; o se quell’ambito di relazioni, argomentazioni e conversazioni sia di fatto coltivabile e raggiungibile anche attraverso strade alternative, meno “impegnative” e potenzialmente più adatte a raggiungere il coinvolgimento sperato. Sto parlando dei social network, sul cui “oscuro futuro” previsto da molti sarebbe interessantissimo parlare e di cui comunque mi preoccupo poco.

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